Scenario
Le persone che lavorano in azienda sono il patrimonio di marketing più importante e più sottovalutato che hai. Le loro reti professionali, messe insieme, sono quasi sempre molto più ampie del pubblico della Pagina aziendale, e soprattutto sono fatte di contatti reali: ex colleghi, fornitori, clienti, compagni di università, persone che li conoscono e si fidano di loro.
La ragione per cui quasi tutti i programmi di employee advocacy si spengono dopo tre mesi è quasi sempre la stessa: si parte dalla piattaforma e dalla richiesta di ricondividere. Arriva una mail che annuncia il progetto, si chiede alle persone di condividere i post aziendali, per due settimane qualcuno lo fa, poi il traffico si esaurisce. Nessuno si è chiesto che cosa ci guadagnasse la singola persona, e nessuno le ha dato qualcosa di suo da dire.
Noi lavoriamo dalla parte opposta. Prima le persone e il contenuto, poi lo strumento. L’obiettivo è trasformare un gruppo di colleghi in advocate del brand — cioè in professionisti con una presenza credibile su LinkedIn, di cui l’azienda beneficia — e renderlo sostenibile nel tempo.
Che cosa intendiamo per employee advocacy
Mettiamo subito un confine, perché su questo tema l’equivoco è la regola. Employee advocacy non significa chiedere ai dipendenti di ricondividere i post aziendali. Quella è amplificazione forzata: si vede, rende poco e consuma in fretta la disponibilità delle persone.
Significa invece aiutare un gruppo di colleghi a costruirsi una presenza professionale credibile sul proprio terreno di competenza, dando loro materiale, metodo e regole chiare. Il beneficio per l’azienda — reputazione, attrattività verso i talenti, conversazioni commerciali — arriva come conseguenza, non come richiesta.
Ne discende una regola pratica che ripetiamo a ogni avvio: la partecipazione è volontaria e il contenuto è personale. Un advocate che pubblica per obbligo produce contenuti che nessuno legge; un advocate che pubblica su ciò che conosce davvero costruisce qualcosa che resta.
1. Chi coinvolgere: la selezione del gruppo pilota
Un programma non si lancia su tutta l’azienda. Si parte da un gruppo ristretto — tipicamente da otto a quindici persone — scelto su tre criteri: una presenza già minimamente attiva su LinkedIn, una competenza che il mercato riconosce, e la disponibilità dichiarata a partecipare. Il terzo criterio pesa quanto gli altri due.
I candidati emergono da due fonti: l’analisi di come le persone già si comportano su LinkedIn e una survey interna che raccoglie chi ha voglia di mettersi in gioco. Molto spesso le persone più efficaci non sono quelle che ci si aspetta: non i manager più esposti, ma i tecnici e gli specialisti che hanno qualcosa di concreto da raccontare.
Dove entra l’AI: analizzare la presenza pubblica di alcune decine di profili — completezza, temi trattati, tono, continuità di pubblicazione — è un lavoro lungo che l’AI riduce a poche ore, restituendo una fotografia leggibile per ciascun candidato e una sintesi dei temi già presidiati dall’azienda senza che nessuno se ne fosse accorto.
Cosa resta umano: la scelta delle persone e la conversazione con loro. E una regola di metodo a cui teniamo: si analizzano solo profili pubblici, con criteri dichiarati e su base volontaria. Un’analisi dei comportamenti dei dipendenti fatta a loro insaputa è un problema di fiducia prima ancora che di conformità — e con l’AI Act e il GDPR è anche un problema di conformità.
2. Le regole prima dei contenuti: policy e linee guida
La domanda che blocca più programmi di advocacy non è “che cosa pubblichiamo”, è “e se qualcuno scrive una cosa sbagliata?”. Va affrontata prima di partire, non dopo il primo incidente.
Serve una social media policy scritta in modo che qualcuno la legga davvero: cosa si può dire, cosa no, come si dichiara l’appartenenza all’azienda, come ci si comporta quando arriva un commento ostile, chi si avvisa se la conversazione si scalda. E servono linee guida per i momenti difficili — una notizia negativa sul settore, una crisi che tocca l’azienda — perché è lì che gli advocate si sentono soli e smettono di pubblicare.
Dove entra l’AI: la prima stesura della policy e delle linee guida si costruisce in poche ore partendo dai documenti che l’azienda ha già (codice etico, regolamento interno, tono di voce) e dai casi concreti che raccogliamo. L’AI aiuta anche a generare gli scenari di prova su cui allenare il gruppo: il commento polemico, la domanda tecnica insidiosa, il concorrente che interviene sotto il post.
Cosa resta umano: l’approvazione. La policy va validata da chi in azienda risponde di comunicazione e di rapporti di lavoro, e va spiegata a voce alle persone, non solo inviata via mail.
3. La formazione: rendere capaci, non obbligare
La maggior parte delle persone non pubblica su LinkedIn perché non sa da dove cominciare, teme il giudizio dei colleghi e non ha idea di cosa possa interessare agli altri. La formazione serve a togliere questi tre ostacoli, in quest’ordine.
Nei nostri percorsi lavoriamo su: come si sistema un profilo perché racconti una competenza e non solo un ruolo; come si trova qualcosa da dire partendo da quello che si fa ogni giorno; come si scrive un post che si legge fino in fondo; come si commenta in modo utile, che è la porta d’ingresso più facile e la più sottovalutata. Chi comincia commentando bene, dopo qualche settimana pubblica con molta meno fatica.
Dove entra l’AI: è l’alleata migliore proprio di chi parte da zero. Aiuta a trasformare un’idea confusa in una traccia, a smontare un testo troppo lungo, a proporre tre incipit diversi per lo stesso contenuto. Nei percorsi mostriamo agli advocate come usarla per partire, mai per consegnare.
Cosa resta umano: la voce. Insegniamo a riscrivere sempre l’ultima frase e a inserire il dettaglio che solo chi ha vissuto quella situazione conosce: è ciò che distingue un post di una persona da un comunicato.
4. I contenuti: che cosa diamo agli advocate
Un programma vive o muore sulla domanda “questa settimana cosa pubblico?”. La risposta non può essere lasciata alla buona volontà del singolo. Prepariamo un flusso costante di materiale, diviso per tipo, dove è sempre chiaro chi lo firma e quanto va personalizzato.
| Tipo di contenuto | Chi lo firma | Che cosa prepara l’AI |
|---|---|---|
| Notizia aziendale (nuova sede, riconoscimento, progetto) | La Pagina; l’advocate commenta dal suo punto di vista | Tre o quattro commenti diversi tra loro, così che non escano dieci copie identiche |
| Competenza tecnica o di mestiere | L’advocate, in prima persona | Una traccia a partire da una sua nota vocale o da tre righe di appunti |
| Vita e cultura aziendale | L’advocate che c’era davvero | Spunti su cosa rende raccontabile un momento ordinario |
| Posizione dell’azienda su un tema di settore | Un dirigente o un esperto interno | Sintesi della notizia e possibili angolazioni di risposta |
| Ricerca, guida o materiale del marketing | Chiunque, con la propria chiave di lettura | Versioni brevi del contenuto lungo, una per tipo di lettore |
Dove entra l’AI: è la leva che rende sostenibile il piano editoriale. Senza, produrre ogni settimana materiale personalizzato per dieci persone è un lavoro a tempo pieno; con l’AI diventa una revisione. È anche il modo per far partire chi ha idee ma non ha tempo di scrivere.
Cosa resta umano: la verifica dei fatti e la firma. Numeri, nomi di clienti e riferimenti a progetti reali si prendono solo da fonti aziendali verificabili: un dato inventato pubblicato dal profilo di un dipendente è un problema doppio, perché tocca lui e l’azienda.
5. Riconoscimento: motivare senza trasformarlo in un obbligo
Le tecniche di gamification funzionano se premiano la qualità e la costanza, non il volume. Classifiche di chi pubblica di più producono rumore; riconoscimenti a chi ha aperto una conversazione utile, a chi ha risposto bene a un commento difficile, a chi ha portato una candidatura spontanea producono comportamenti che restano.
Il riconoscimento più efficace, nella nostra esperienza, non è materiale: è la visibilità interna. Un advocate citato in una riunione di direzione per un post che ha funzionato vale più di un buono acquisto.
Dove entra l’AI: l’elaborazione delle classifiche e degli avvisi periodici è automatica e non costa tempo a nessuno. L’AI segnala anche chi si sta spegnendo, e quindi va ricontattato prima che esca dal programma.
Cosa resta umano: la relazione. Il momento in cui qualcuno si ferma è un momento da gestire con una conversazione, non con una notifica.
6. Misurare il programma
La misurazione è il punto in cui la maggior parte dei programmi si arena, perché raccogliere a mano le metriche dei post di dieci o venti persone è un lavoro che nessuno ha voglia di fare due volte. Per questo usiamo LEAD, la nostra dashboard per i programmi di employee advocacy: raccoglie l’attività degli advocate, costruisce i KPI di progetto e produce le classifiche in automatico, azzerando il tempo di reportistica.
I livelli che guardiamo sono tre: la continuità (quanti advocate sono ancora attivi dopo tre e sei mesi, che è la metrica che dice se il programma è vivo), la diffusione (quanto pubblico raggiungono le persone rispetto alla sola Pagina) e gli effetti (candidature spontanee, richieste di contatto, conversazioni commerciali che nascono da un post).
Dove entra l’AI: oltre ai numeri, permette un’analisi qualitativa dei contenuti: quali temi generano conversazione, quale tono funziona meglio, quanto il racconto degli advocate è coerente con i valori che l’azienda dichiara. È il tipo di lettura che prima era possibile solo leggendo tutto a mano.
Cosa resta umano: le conclusioni. Un calo dei numeri può voler dire che il programma non funziona o che l’azienda ha attraversato tre settimane complicate: la differenza la conosce chi c’è dentro.
Come si avvia un programma: le prime sei settimane
| Fase | Che cosa succede | Che cosa resta all’azienda |
|---|---|---|
| Settimane 1-2 | Analisi dei profili, survey interna, selezione e adesione del gruppo pilota | La mappa della presenza attuale e la lista degli advocate |
| Settimana 2 | Stesura e approvazione di policy e linee guida | La social media policy e le regole per i momenti critici |
| Settimane 3-4 | Formazione al gruppo, sistemazione dei profili, primi contenuti | Profili aggiornati e i flussi di lavoro con l’AI, documentati |
| Settimana 4 | Configurazione della piattaforma e dei KPI di progetto | La dashboard attiva con le metriche concordate |
| Settimane 5-6 | Progetto pilota sul campo, affiancamento, prima lettura dei risultati | Il piano editoriale a regime e il primo report condiviso |
I limiti: cosa non facciamo
Su questo tema le promesse facili si pagano care, quindi diciamo subito dove ci fermiamo.
- La partecipazione non si impone. Un programma di advocacy costruito su un obbligo produce contenuti che nessuno legge e malumore interno. Si lavora su chi ci sta, e il gruppo si allarga per contagio.
- L’AI prepara, analizza e accelera. Non pubblica. Ogni contenuto passa dalla revisione della persona che lo firma.
- L’AI non inventa prove. Numeri, nomi e risultati solo da fonti aziendali verificabili.
- Niente automatismi di pubblicazione o di invito. Violano le condizioni d’uso di LinkedIn e il rischio ricade sull’account personale del dipendente.
- L’account LinkedIn è della persona, non dell’azienda. Va detto con chiarezza all’inizio: è il presupposto della fiducia su cui poggia tutto il resto, e vale anche quando la persona un giorno andrà altrove.
- L’analisi dei profili si fa con criteri dichiarati. Solo dati pubblici, finalità spiegate, adesione volontaria — per il GDPR, per l’AI Act e perché è il modo giusto di trattare i colleghi.
I servizi che offriamo
- Identificazione degli advocate del progetto pilota, tramite analisi dei profili pubblici e survey interna.
- Stesura della social media policy e delle linee guida per la gestione delle conversazioni, comprese quelle di crisi.
- Formazione interna sull’uso professionale di LinkedIn: profilo, contenuti, interazione, casi d’uso reali dell’azienda.
- Impostazione del piano editoriale per gli advocate, tra contenuti originali e contenuti riadattati da materiale già esistente.
- Trasferimento dei flussi di lavoro con l’AI: prompt, documento di contesto aziendale, regole d’uso interne, così che il team prosegua in autonomia.
- Scelta e configurazione della piattaforma di employee advocacy, con la dashboard LEAD o con lo strumento che l’azienda già utilizza.
- Sistema di riconoscimento: classifiche, avvisi e meccanismi di valorizzazione degli advocate più costanti.
- Monitoraggio e misurazione dei risultati, con report periodico e affiancamento nella lettura dei dati.
Output, durata e risultati attesi
Output: impostazione e avviamento di un programma di employee advocacy su LinkedIn. In concreto restano all’azienda la mappa della presenza attuale, la lista degli advocate, la policy approvata, il piano editoriale, i flussi di lavoro con l’AI documentati, la dashboard configurata e il formato del report.
Durata media dell’attività: 4-6 settimane per il lancio, tra formazione, progetto pilota, configurazione della piattaforma e verifica sul campo. Dopo il lancio, il programma richiede un presidio leggero ma continuo: è la parte che decide se dopo sei mesi sarà ancora vivo.
Risultati attesi: un gruppo di colleghi che pubblica con continuità senza doverlo rincorrere, una presenza aziendale che non dipende più solo dalla Pagina, e un flusso di segnali che prima non esistevano — candidature spontanee, richieste di contatto, conversazioni che nascono dal post di una persona e non da un annuncio. In più, un vantaggio interno che si sottovaluta sempre: le persone che imparano a raccontare quello che fanno lo raccontano meglio anche in azienda.
Domande frequenti
I dipendenti sono obbligati a partecipare?
No, e sconsigliamo di provarci. L’adesione volontaria è ciò che rende credibile quello che le persone pubblicano: un contenuto scritto per dovere si riconosce subito. Il gruppo iniziale è ristretto proprio per questo, e cresce quando gli altri vedono che ai colleghi coinvolti sta portando qualcosa.
Serve per forza una piattaforma dedicata?
Per partire no, un foglio condiviso può bastare per qualche settimana. Diventa necessaria quando gli advocate superano la decina e la raccolta manuale delle metriche smette di essere sostenibile: è il momento in cui entra LEAD.
Che differenza c’è con l’employer branding?
L’employer branding definisce che cosa l’azienda promette a chi ci lavora e come lo racconta. L’employee advocacy è il canale attraverso cui quel racconto diventa credibile, perché passa dalle persone invece che dall’istituzione. Il primo senza il secondo resta una dichiarazione; il secondo senza il primo resta un insieme di voci che non convergono.
E se un advocate scrive qualcosa di sbagliato?
È il rischio che la policy e la formazione servono a ridurre, e va detto che nella pratica succede molto meno di quanto si teme: le persone sono prudenti con il proprio nome. Quello che prepariamo è il “cosa si fa se”: chi si avvisa, in quanto tempo, chi risponde e con quale tono. Avere la procedura pronta è ciò che permette alle persone di pubblicare senza paura.
Come evitiamo che i post sembrino scritti dall’ufficio comunicazione?
Con due regole. Il materiale che diamo agli advocate non è mai un testo da copiare ma una traccia con più chiavi di lettura, e ogni persona riscrive almeno l’apertura e la chiusura. Se dieci profili pubblicano lo stesso testo, il programma si è già rotto.
Quanto tempo chiede a chi partecipa?
Meno di quanto si immagina: un quarto d’ora al giorno per leggere e commentare, e un contenuto proprio ogni due o tre settimane. La parte pesante — trovare l’idea, preparare la bozza, ricordarsi delle scadenze — la assorbono il piano editoriale e l’AI.
Dove si colloca nel nostro metodo
Nel modello delle 12 P con cui organizziamo il lavoro su LinkedIn, un programma di employee advocacy tocca Personality (i valori che le persone raccontano davvero), Profile (i profili degli advocate, che sono la prima cosa che si va a guardare), Post e Promotion (i contenuti e la loro diffusione) e Performance (la misurazione del programma).
Le pagine collegate, se stai guardando il quadro completo:
- LEAD, la dashboard per l’employee advocacy — lo strumento con cui misuriamo il programma.
- Employer branding su LinkedIn — la promessa dell’azienda verso chi ci lavora e chi vorrebbe lavorarci.
- LinkedIn Recruiting — come l’advocacy alimenta le candidature spontanee.
- Content marketing strategy — il piano editoriale della Pagina, da cui gli advocate attingono.
- La guida all’employer branding su LinkedIn — l’approfondimento gratuito.
Employee Advocacy
Il corso si articola in 2 moduli, di 2h ciascuno:
- 1° modulo: Fondamenti di Employee Advocacy
- 2° modulo: Lanciare un programma di Employee Advocacy su LinkedIn
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