Personal Branding vs Corporate branding

Premessa

C’era una volta l’azienda e i lavoratori, o meglio: il datore di lavoro e i lavoratori, a volte l’un con l’altro armati, o se non proprio armati, arroccati su posizioni contrapposte, antitetiche, conflittuali. No, non voglio fare una ricostruzione della lotta di classe e dei lavoratori, non mi compete e questa non è la sede. Desidero invece soffermarmi di come Internet e i Social media hanno modificato, trasformato, o lo stanno facendo, quel modo di pensare che vede da una parte l’azienda, con i suoi valori, il suo codice e le sue regole, e dall’altra l’individuo, moralmente e amministrativamente, tenuto, se non costretto a rispettarle, rimanendo confinato in una posizione subalterna.

Da una parte un monolite, senza volto e a volte anche senz’anima, dall’altra cuori e menti pulsanti, desiderosi di conquistarsi uno spazio o un piccolo pulpito individuale, di affermare la propria personalità, di esprimersi, di affermare il proprio pensiero la propria identità.

Come se  l’affermazione dell’identità personale mal si conciliasse, o non si conciliasse affatto con quella identità collettiva, senza volto, chiamata azienda, e che vede nel marchio, nel Brand la sua sublimazione, la sua estrinsecazione in termine di valore, di equity (Brand equity)….

Il personal Branding e le aziende

Ha senso ancora questa contrapposizione?  Mi chiedo , molto spesso non detta nè esplicita, ma ancora presente sotto-traccia, nella mentalità di molti HR Manager o di Manager aziendali?
Ora molte aziende hanno compreso che se il loro  CEO o il CMO sono diventati autorevoli,  hanno creato, costruito  e rafforzato il loro Brand Personale, ciò non va a scapito né del Brand o della reputazione dell’azienda cui rappresentano.

Anzi, le aziende più illuminate cercano di favorire, incoraggiare iniziative che mirano a rafforzare il Personal branding online dei propri dipendenti, non solo di figure chiave e bene in vista all’interno dell’organigramma aziendale.

E mi ricordo di aver letto  in the Corporate Blogging Book di Debbie Weil (del 2007, attenzione!) di aziende come Google e  Microsoft che al momento dell’assunzione consegnano  ai neo assunti il Brand Book con la social media policy e il loro nuovo dominio fiammante su cui scrivere il loro Blog aziendale.  Ora vi chiedo:

  • Quante sono le aziende italiane, escludendo le multinazionali e quelle di matrice anglosassone, che considerano l’individuo in base alla la sua capacità di esprimersi, di diventare autorevole, influente, di creare opinione?
  • Quante sono le aziende che non solo non lo temono ma cercano di fare leva sul personal branding per diventare a loro volta più autorevoli e degne di fiducia?

Quando sarà chiaro a tutti che il valore ultimo per le aziende,  e ciò è ancora più vero in una società altamente interconnessa, dove la creazione e scambio di valore viaggia sempre di più in rete, risiede nella capacità di valorizzare il capitale umano, ossia le persone, credo che avremo fatto un bel passo avanti nel superamento di quell’anacronistica dicotomia e dualismo di cui ho parlato all’inizio.

Conclusioni

Parafrasando una affermazione pubblicata su “Personal Branding per i Manager”:

Il brand dell’azienda lo fanno le persone che in quell’azienda ci lavorano, grazie a come comunicano, cosa dicono, come si esprimono, alla misura in cui riescono a generare interesse, attenzione, a condividere contenuti di valore

Quanto più le aziende riusciranno a promuovere, favorire e valorizzare il personal branding delle proprie persone, quanto più ne trarranno benefici, sopratutto nel medio -lungo termine e diventeranno un luogo piacevole, dove tutti vorranno correre a lavorare :-).

Stay tuned.

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