È la sezione che compare subito sotto Informazioni, si chiama «In primo piano» e nella maggior parte dei profili non esiste. Non perché sia difficile da compilare — si popola in cinque minuti — ma perché non è ovvio a che cosa serva.
Serve a una cosa sola, ed è quella che manca a quasi tutti i profili: dimostrare. Il sommario promette, la sezione Informazioni argomenta, «In primo piano» mostra. Senza, la promessa resta un’affermazione che il lettore deve decidere se credere.
Che cosa si può mettere in primo piano
Quattro tipi di elemento, e si possono combinare liberamente.
- Post che hai pubblicato. Quelli che hanno funzionato meglio, o quelli che rappresentano meglio il tuo modo di ragionare. Sono la prova più diretta di come pensi.
- Articoli scritti su LinkedIn o altrove.
- Link esterni. Una pagina del sito, un caso studio, la scheda di un evento, un modulo di iscrizione. È l’unico punto del profilo in cui un link porta traffico in modo visibile e stabile.
- Documenti e media. Un PDF, una presentazione, un’immagine, un video. Un documento caricato qui si sfoglia direttamente dal profilo, senza uscire da LinkedIn.
La regola dei tre-cinque elementi
La tentazione, una volta scoperta la sezione, è riempirla. È l’errore che la rende inutile: una vetrina con dodici oggetti non è una vetrina, è un magazzino.
Tre-cinque elementi sono il numero giusto, per una ragione pratica: sono quelli che si vedono senza dover scorrere lateralmente. Tutto ciò che sta oltre viene visto da pochissimi.
E il criterio di scelta non è «i miei contenuti migliori in assoluto», ma «i contenuti migliori rispetto all’obiettivo di adesso». Se stai cercando clienti per una consulenza specifica, il post divertente che ha fatto duecento reazioni due anni fa non serve; serve il caso studio.
Il mix che funziona: prova più conversione
Il modo più efficace di comporre la sezione è alternare due funzioni.
- Elementi che dimostrano. Un caso cliente, un articolo di approfondimento, un video in cui spieghi un metodo, un documento con dei dati. Servono a far dire a chi legge «questa persona sa di che cosa parla».
- Elementi che convertono. Una landing page, una risorsa scaricabile, il calendario per prenotare una call, l’iscrizione a un evento. Servono a dare un passo successivo a chi si è convinto.
Con solo elementi del primo tipo il profilo è credibile e non porta da nessuna parte; con solo elementi del secondo tipo sembra un banner pubblicitario. Due o tre del primo e uno o due del secondo è una proporzione che regge.
Le anteprime contano più del contenuto
È la parte che quasi tutti trascurano. Ogni elemento in primo piano viene mostrato con un’immagine di anteprima e un titolo, e sono quelli — non il contenuto — a decidere se qualcuno clicca.
Per i link esterni l’anteprima la prende dalla pagina di destinazione: se quella pagina non ha un’immagine di condivisione decente, sul tuo profilo comparirà un rettangolo grigio o un ritaglio casuale. Vale la pena controllarlo e, se necessario, sistemare l’immagine sulla pagina di destinazione.
Puoi anche riscrivere titolo e descrizione di ciascun elemento: usa quello spazio per dire che cosa trova chi clicca, non per ripetere il titolo della pagina.
Prima e dopo
Prima. Sezione assente. Oppure un solo link al sito, senza descrizione e con un’anteprima grigia. Il visitatore non ha nulla da guardare e nessun motivo per uscire dal profilo.
Dopo. Quattro elementi: il post che ha funzionato meglio, un caso cliente, un documento scaricabile e il link all’evento in programma. Ogni anteprima è curata, ogni titolo dice che cosa aspettarsi. Chi arriva ha qualcosa da fare oltre che qualcosa da leggere.
Gli errori più comuni
- Lasciarla vuota. È la situazione di partenza della maggior parte dei profili, ed è un’occasione persa: è lo spazio più vicino a un sito personale che LinkedIn ti dà.
- Metterci tutto. Dieci elementi diluiscono l’attenzione e comunicano che non hai scelto.
- Link senza contesto. Un indirizzo nudo, senza una riga che spieghi che cosa c’è dall’altra parte.
- Contenuti datati. Un evento dell’anno scorso in prima posizione dice che il profilo non è presidiato.
- Anteprime lasciate al caso. Sono la parte visibile: trattarle come un dettaglio tecnico è il modo più rapido per non ricevere clic.
- Nessuna call to action. Se tutti gli elementi dimostrano e nessuno propone un passo, chi si è convinto non sa che cosa fare.
Ogni quanto rivederla
Non serve una manutenzione continua, ma un ordine di priorità va aggiornato: l’elemento in prima posizione dovrebbe essere sempre quello più rilevante per l’obiettivo del momento. Un controllo ogni due o tre mesi, o ogni volta che cambia qualcosa di importante — un nuovo servizio, un evento, una pubblicazione — è più che sufficiente.
La checklist
- Da tre a cinque elementi, non di più.
- Coerenti con l’obiettivo attuale, non con la storia completa.
- Almeno due che dimostrano e uno che propone un passo successivo.
- Anteprime e titoli curati per ciascun elemento.
- L’elemento più importante in prima posizione.
- Nessun contenuto scaduto.
Le tre mosse, in ordine
Uno: scegli tre-cinque contenuti che dimostrano davvero quello che sai fare. Due: aggiungine uno che porti a un’azione concreta, e controlla che le anteprime siano decenti. Tre: metti in cima quello che serve all’obiettivo di adesso, e rimettici mano quando l’obiettivo cambia.
«In primo piano» è una delle nove sezioni che compongono un profilo efficace. Il quadro d’insieme — copertina, foto, sommario, URL personalizzato, sezione Informazioni, esperienze, competenze, referenze e Open to work — è in Profilo LinkedIn: la guida completa per ottimizzarlo.


