Profilo LinkedIn: la guida completa per ottimizzarlo

Profilo LinkedIn: la guida completa per ottimizzarlo

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Il profilo LinkedIn viene trattato quasi sempre come un curriculum online. È l’errore che sta all’origine di tutti gli altri, perché le due cose servono a scopi opposti.

Il curriculum lo mandi tu, a una persona che ti ha già chiesto qualcosa, e racconta che cosa hai fatto. Il profilo lo trovano gli altri, spesso senza cercare te in particolare, e deve rispondere a una domanda diversa: questa persona può essermi utile?

Da questa differenza discende tutto il resto. Un curriculum è retrospettivo e completo; un profilo è prospettico e selettivo. Un curriculum si legge dall’alto in basso; un profilo si guarda per otto secondi e poi si decide se scorrere. Un curriculum non deve farsi trovare; un profilo sì.

Prima di tutto: il profilo è un risultato di ricerca

Questa è la cosa che quasi nessuno considera, ed è la più importante. Ogni giorno, dentro LinkedIn, qualcuno cerca «responsabile acquisti settore alimentare» o «project manager costruzioni» o «commercialista startup». Il motore di ricerca legge il tuo profilo e decide se sei pertinente.

Il che significa che le parole che usi contano più di come le hai disposte. E la domanda giusta non è «come descrivo quello che faccio», ma «con quali parole mi cercherebbe la persona che voglio incontrare?».

Se sei un consulente di controllo di gestione e ti descrivi come «facilitatore di processi di crescita», sei invisibile: nessuno digita quella frase. Se ti descrivi come «controllo di gestione per PMI manifatturiere», ti trova chi ha esattamente quel problema.

Tre punti pesano più degli altri nella ricerca: l’occhiello sotto il nome, i titoli delle esperienze e le competenze. Se le parole chiave del tuo mestiere non compaiono lì, il resto del profilo può anche essere scritto benissimo.

Un esercizio che vale mezz’ora: apri la ricerca di LinkedIn, digita i termini con cui pensi che ti cerchino e guarda chi esce. Se non ci sei, sai già da dove cominciare.

La foto del profilo

È l’elemento che viene guardato per primo e valutato in una frazione di secondo, ed è anche quello su cui si sbaglia con più costanza. Un profilo senza foto viene aperto molto meno degli altri: non è una questione estetica, è che l’assenza di volto comunica un account abbandonato.

  • Volto grande. L’immagine viene mostrata piccola quasi ovunque — nei commenti è un cerchietto. La foto a figura intera diventa una macchia. Testa e spalle, il viso occupa buona parte del quadrato.
  • Sfondo che non disturba. Neutro o comunque privo di elementi che rubano attenzione. Il muro dell’ufficio va benissimo.
  • Coerente con il tuo mestiere, non con un ideale astratto. Un avvocato in giacca e un artigiano in officina sono entrambi credibili; l’errore è travestirsi da qualcun altro.
  • Recente e riconoscibile. Deve somigliarti oggi: quella foto è il modo in cui ti riconosceranno a un evento.
  • Sguardo verso l’obiettivo, ed espressione naturale. Il sorriso non è obbligatorio, l’aria ostile sì.

Due cose da evitare sempre: la foto di gruppo ritagliata, dove resta il braccio di qualcun altro, e il logo aziendale al posto del volto. Il profilo è di una persona; per l’azienda c’è la Pagina.

L’immagine di copertina

È la striscia dietro la foto, ed è lo spazio più grande e più sprecato dell’intero profilo: nella maggior parte dei casi è ancora quella grigia predefinita. Serve a dire in un colpo d’occhio che cosa fai, per chi, o dove ti si trova. Una frase, il tuo settore, un indirizzo web. Attenzione a un dettaglio pratico: su smartphone i bordi e la parte in basso a sinistra vengono coperti dalla foto profilo, quindi il messaggio va tenuto in alto e al centro. Come impostarla passo per passo è in Copertina LinkedIn: cosa mettere e che dimensioni usare.

L'occhiello, la riga sotto il nome

È la riga sotto il nome, e per importanza viene subito dopo la foto. Ti seguirà ovunque: nei risultati di ricerca, sotto ogni commento che scrivi, in ogni notifica che generi. È l’unico pezzo di profilo che le persone leggono prima di decidere se aprire il profilo.

L’impostazione predefinita è il ruolo attuale più il nome dell’azienda. Va benissimo per la banca dati interna di LinkedIn e malissimo per tutto il resto, perché non dice a nessuno perché dovrebbe parlarti.

Le formule che funzionano, in ordine di efficacia:

  • Chi aiuti e a fare cosa. «Aiuto le PMI manifatturiere a ridurre i costi di produzione». È la più chiara e la più rara.
  • Ruolo più specializzazione più parole chiave. «Controllo di gestione | PMI manifatturiere | Budgeting e reportistica». Meno elegante, molto efficace nella ricerca.
  • Ruolo più risultato riconoscibile. Utile quando hai un traguardo che parla da solo.

Tre errori ricorrenti: le etichette autoreferenziali senza contenuto informativo, l’elenco di aggettivi, e lo spazio sprecato con il nome dell’azienda quando l’azienda è già visibile due centimetri più sotto.

Il metodo completo, con gli esempi, è in LinkedIn headline: 7 passi per ottimizzarla.

L’URL personalizzato

Alla creazione dell’account LinkedIn assegna un indirizzo con una stringa di numeri e lettere in fondo. Si cambia in un minuto, dalle impostazioni del profilo, e vale la pena farlo per tre motivi concreti.

  • È l’indirizzo che metti sul biglietto da visita, in firma email, sul curriculum. Uno con la stringa casuale comunica che il profilo non è curato.
  • Il tuo nome dentro l’indirizzo aiuta chi ti cerca su Google, non solo dentro LinkedIn: il profilo è spesso il primo risultato quando qualcuno cerca il tuo nome e cognome.
  • È più facile da dettare a voce, e capita più spesso di quanto si creda.

Sceglilo corto, con nome e cognome, senza numeri se possibile. Se il tuo nome è già occupato, aggiungi l’iniziale del secondo nome o una parola del mestiere, non una cifra. E scegli bene: cambiarlo più volte rompe i link che nel frattempo hai diffuso.

Il sommario, cioè la sezione «Informazioni»

È il campo lungo sotto l’intestazione, ed è il punto in cui si gioca la differenza fra un profilo che informa e uno che convince. La maggior parte delle persone lo lascia vuoto o ci mette un paragrafo in terza persona che sembra un comunicato stampa.

Due vincoli tecnici da conoscere prima di scrivere. Il primo: si vedono solo le prime due o tre righe, il resto sta dietro un «altro» che quasi nessuno clicca. Il secondo: quel testo viene letto dal motore di ricerca, quindi le parole del tuo mestiere devono esserci.

Ne consegue una struttura semplice e collaudata:

  • Le prime due righe sono il gancio. Il problema che risolvi, o la domanda che si fa la persona che dovrebbe leggerti. Non «sono un professionista con quindici anni di esperienza»: quello lo scrivono tutti.
  • Poi il contesto: chi aiuti, con che approccio, che cosa ti distingue. Qui ci stanno anche i numeri, se ne hai di veri.
  • Poi le prove: risultati, clienti tipo, riconoscimenti. Concreto, non aggettivi.
  • In fondo, come si fa a raggiungerti. Un invito esplicito e un recapito. Sembra ovvio, lo scrive quasi nessuno.

Scrivi in prima persona. La terza persona in un profilo personale suona come una biografia scritta da qualcun altro, ed è esattamente l’effetto che non vuoi.

Le esperienze: risultati, non mansioni

La tentazione è copiare il curriculum: mansioni, responsabilità, elenchi di attività. Non funziona, perché le mansioni le ha anche chi fa il tuo stesso lavoro senza saperlo fare.

Per ogni esperienza rilevante servono tre cose: il contesto (che azienda, che mercato, che dimensione del problema), che cosa hai fatto tu e non il team, che cosa è cambiato di conseguenza. L’ultima parte è quella che quasi tutti saltano ed è l’unica che distingue.

  • Il titolo dell’esperienza pesa nella ricerca. Se in azienda ti chiamano «Responsabile Area Nord-Ovest» ma il mercato cerca «direttore commerciale», scrivi entrambe le cose.
  • Non tutte le esperienze meritano lo stesso spazio. Quelle degli ultimi anni si raccontano; il lavoro estivo del 2009 può restare una riga.
  • Non lasciare buchi inspiegati. Un anno sabbatico, una maternità, una riqualificazione: scriverli in una riga vale molto di più che lasciare un vuoto che chi legge riempirà a modo suo.
  • Puoi allegare materiali a ogni esperienza: documenti, link, immagini. È la funzione più ignorata del profilo e trasforma una dichiarazione in una prova.

Competenze, conferme e segnalazioni

Le competenze sono uno dei tre campi che pesano di più nella ricerca interna, e vanno trattate come tali. Le regole sono poche.

  • Metti in cima le tre che vuoi che ti si associno, perché sono le uniche che si vedono senza cliccare.
  • Scegli quelle che corrispondono a come si esprime il mercato, non a come si esprime il tuo settore internamente.
  • Collega ogni competenza a un’esperienza: LinkedIn permette di indicare dove l’hai usata, e questo la rende più credibile.
  • Togli quelle irrilevanti. Un elenco di cinquanta competenze non dice nulla; dieci pertinenti dicono tutto.

Le conferme che gli altri danno alle tue competenze contano poco singolarmente e abbastanza in aggregato: sono un segnale di plausibilità, non una certificazione. Non vale la pena costruirci sopra una strategia di scambi.

Le segnalazioni, invece, valgono molto e quasi nessuno le chiede. Sono i testi che colleghi, clienti o responsabili scrivono su di te: l’unica parte del profilo che non hai scritto tu, e quindi l’unica che chi legge considera davvero una prova.

Il modo giusto di chiederle: a poche persone scelte, con una richiesta personale e non con il modulo standard, suggerendo l’aspetto specifico su cui vorresti che si soffermassero. Tre segnalazioni precise valgono più di quindici generiche — e ricambiare a comando si vede.

Formazione e certificazioni

La sezione formazione conta molto più di quanto sembri, per un motivo che c’entra poco con il titolo di studio: l’università e la scuola sono uno dei filtri di ricerca più usati, ed è il modo in cui gli ex compagni di corso ti ritrovano. Compilarla bene, con anni e corso di studi, ti rende raggiungibile da una rete che altrimenti resta chiusa.

Le certificazioni hanno senso quando sono verificabili e pertinenti. Quelle rilasciate da enti riconosciuti, con codice e data, aggiungono credibilità; l’elenco lunghissimo di attestati di partecipazione a webinar la toglie, perché segnala che tutto viene messo sullo stesso piano. Scegli le cinque che contano e lascia perdere le altre.

Vale la pena aggiungerle anche perché alcune competenze richieste nelle ricerche vengono incrociate con le certificazioni dichiarate: è uno dei pochi campi in cui una riga in più ti fa comparire in ricerche in cui prima non c’eri.

Open to work: come funziona davvero

È una delle funzioni più cercate e una di quelle su cui circolano più convinzioni sbagliate. Serve a segnalare che sei disponibile per nuove opportunità, e si attiva dal profilo. La domanda vera non è come si attiva, ma in quale delle due modalità.

  • Visibile solo ai recruiter. Il segnale arriva a chi usa gli strumenti di ricerca a pagamento di LinkedIn, e non compare sul tuo profilo pubblico. È la scelta obbligata se stai cercando mentre sei ancora impiegato.
  • Visibile a tutti, con la cornice verde intorno alla foto. Ti rende molto più riconoscibile, aumenta i messaggi che ricevi e attiva la solidarietà della tua rete.

Sulla modalità pubblica esiste un dibattito ricorrente: c’è chi sostiene che segnali debolezza. La mia posizione è che il costo reputazionale è molto più basso di quanto si tema e il beneficio pratico molto più alto — a due condizioni. La prima: il resto del profilo dev’essere in ordine, perché la cornice porta visite e le visite arrivano su quello che c’è. La seconda: la cornice non è una candidatura. Continua a scrivere e a commentare, perché sono le conversazioni a produrre le occasioni, non l’etichetta.

Una precisazione che evita spiacevoli sorprese: la modalità riservata ai recruiter non è una garanzia assoluta di riservatezza. LinkedIn nasconde il segnale ai profili riconducibili alla tua azienda, ma il meccanismo non è infallibile. Se la discrezione è critica, tienine conto.

Va compilata anche la parte che quasi tutti saltano: quali ruoli cerchi, dove, con che modalità di lavoro. È quello che rende il segnale utilizzabile invece che generico.

Le sezioni che quasi nessuno usa

Ci sono tre spazi che la maggior parte dei profili lascia vuoti e che, proprio per questo, distinguono.

  • In primo piano. Una vetrina sotto il sommario dove fissare i contenuti migliori: un post che ha funzionato, un articolo, un documento, un link. È il modo più rapido per mostrare come ragioni invece di dichiararlo.
  • La copertina video. Da app si registrano pochi secondi che diventano un breve video riproducibile toccando la foto. È sottoutilizzata e memorabile: come crearla.
  • La pronuncia del nome e i progetti, i volontariati, le pubblicazioni. Piccole cose che nell’insieme raccontano una persona invece di una funzione.

Come capire se il profilo funziona

Le statistiche del profilo mostrano tre numeri: quante persone l’hanno visitato, in quante ricerche sei comparso e quante volte i tuoi contenuti sono stati visti. Vanno letti insieme, perché da soli ingannano.

  • Comparire in molte ricerche ma ricevere poche visite significa che l’occhiello non convince: ti trovano e non ti aprono.
  • Ricevere visite ma nessun contatto significa che il profilo non chiude: manca un motivo per scriverti, o manca il recapito.
  • Non comparire nelle ricerche è il caso più semplice: mancano le parole giuste nei tre campi che contano.

Le statistiche dicono anche con quali termini ti hanno trovato e da che settori e ruoli arrivano i visitatori. Se non somigliano alle persone che vuoi incontrare, il problema non è la quantità.

C’è poi un indicatore sintetico che LinkedIn calcola su quattro dimensioni, utile come termometro e non come obiettivo: ne parlo nel Social Selling Index.

Scrivere il profilo con l'intelligenza artificiale

Scrivere un profilo è una di quelle attività in cui l’AI è utilissima e pericolosa nella stessa misura, per un motivo semplice: il profilo deve suonare come te, e un modello linguistico tende naturalmente a farlo suonare come chiunque.

La divisione del lavoro che funziona è questa.

  • Fatti aiutare a trovare le parole del mercato. Descrivi che cosa fai e chiedi con quali termini ti cercherebbe un potenziale cliente o un selezionatore. È il punto in cui l’AI vede quello che tu non vedi, perché sei troppo dentro il tuo gergo.
  • Fatti fare una diagnosi, non un testo. Incolla il tuo profilo attuale e chiedi che cosa non si capisce, quali affermazioni non sono sostenute da prove, dove usi parole che userebbero tutti. Le risposte sono spesso scomode e quasi sempre giuste.
  • Usalo per generare varianti da scartare. Dieci versioni dell’occhiello servono a capire quale direzione ti somiglia, non a scegliere la migliore fra dieci. La versione finale la riscrivi tu.
  • Fatti preparare le domande, non le risposte. Per il sommario funziona benissimo: chiedi quali domande dovresti farti per scrivere un buon testo, rispondi a voce, e poi usa quel materiale.

Quello che non va fatto è chiedere «scrivimi un profilo LinkedIn da consulente di marketing» e incollare il risultato. Il testo che ne esce è grammaticalmente perfetto, pieno di parole come «appassionato», «orientato ai risultati» e «valore aggiunto», e indistinguibile da altri diecimila. Chi legge non sa dire perché, ma sente che non c’è nessuno dietro.

Una prova rapida prima di pubblicare: togli il tuo nome dal testo e chiediti se potrebbe essere il profilo di un altro. Se sì, non è ancora il tuo.

Il percorso completo con i prompt è in Ottimizza il tuo profilo LinkedIn con ChatGPT.

Gli errori più comuni

  • Trattarlo come un curriculum. Elenco di mansioni, nessun risultato, nessuna direzione.
  • Occhiello lasciato all’impostazione predefinita. Butti via lo spazio più visto del profilo.
  • Sommario vuoto o in terza persona. Il primo è un’occasione persa, il secondo suona falso.
  • Nessuna parola chiave del mestiere. Profilo bellissimo e introvabile.
  • Nessuna segnalazione. Tutto quello che si legge l’hai scritto tu, e chi legge lo sa.
  • Aggiornarlo solo quando si cerca lavoro. Si vede, e arriva tardi: il profilo lavora quando non serve.
  • Profilo curato e attività zero. Un profilo perfetto che non pubblica e non commenta viene visto solo da chi ti cerca per nome.

Su quest’ultimo punto vale la pena essere espliciti, perché è il fraintendimento più costoso: ottimizzare il profilo aumenta il tasso di conversione delle visite, non il numero di visite. Le visite arrivano da quello che fai — contenuti, commenti, richieste di collegamento, partecipazione. Il profilo è ciò che trasforma quel traffico in conversazioni. Curarlo senza far nulla equivale ad allestire una vetrina in una strada senza passanti; il contrario — molta attività e un profilo trascurato — è portare passanti davanti a una vetrina vuota.

I nove approfondimenti, sezione per sezione

Ogni sezione del profilo ha un suo approfondimento operativo: che cosa metterci, gli errori più comuni e una checklist da spuntare prima di considerarla finita.

Domande frequenti sul profilo LinkedIn

Come si ottimizza il profilo LinkedIn?

Si parte dalle parole: occhiello, titoli delle esperienze e competenze sono i tre campi che pesano di più nella ricerca interna, e devono contenere i termini con cui ti cercherebbe chi vuoi incontrare. Poi si lavora su foto e copertina, sul sommario — ricordando che si vedono solo le prime due righe — sulle esperienze raccontate per risultati e non per mansioni, e sulle segnalazioni, che sono l’unica parte del profilo che non hai scritto tu.

Qual è la differenza fra profilo LinkedIn e curriculum?

Il curriculum lo mandi tu a chi te l’ha chiesto e racconta che cosa hai fatto; il profilo lo trovano gli altri e deve rispondere a una domanda diversa, cioè se puoi essere utile. Il primo è retrospettivo e completo, il secondo è prospettico e selettivo. Copiare il curriculum nel profilo è l’errore all’origine di quasi tutti gli altri.

Come deve essere la foto del profilo LinkedIn?

Recente, con il volto grande — testa e spalle, perché l’immagine viene mostrata piccolissima quasi ovunque — sfondo neutro, sguardo verso l’obiettivo e abbigliamento coerente con il tuo mestiere. Da evitare: foto di gruppo ritagliate, immagini a figura intera e logo aziendale al posto del volto. Un profilo senza foto viene aperto molto meno degli altri.

Che cosa scrivere nell’headline di LinkedIn?

Non il ruolo più il nome dell’azienda, che è l’impostazione predefinita e non dice a nessuno perché dovrebbe parlarti. Le formule che funzionano sono tre: chi aiuti e a fare cosa; ruolo più specializzazione più parole chiave; ruolo più un risultato riconoscibile. L’occhiello ti segue in ogni commento e in ogni risultato di ricerca, quindi è il testo più letto del tuo profilo.

Come si personalizza l’URL del profilo LinkedIn?

Dalle impostazioni del profilo, in un minuto. Conviene farlo perché l’indirizzo con la stringa casuale comunica un profilo non curato, perché il tuo nome dentro l’indirizzo aiuta chi ti cerca su Google e perché è più facile da dettare. Scegli nome e cognome, corto e senza numeri, e sceglilo bene: cambiarlo più volte rompe i link già diffusi.

Conviene attivare Open to work in modo pubblico?

Nella maggior parte dei casi sì: il costo reputazionale è più basso di quanto si tema e il beneficio pratico più alto, a due condizioni. Il resto del profilo dev’essere in ordine, perché la cornice porta visite. E la cornice non sostituisce l’attività: le occasioni nascono dalle conversazioni, non dall’etichetta. Se stai cercando mentre lavori, usa la modalità riservata ai recruiter, tenendo presente che non è una garanzia assoluta di riservatezza.

Che cosa scrivere nella sezione Informazioni?

In prima persona, con le prime due righe usate come gancio, perché sono le uniche visibili senza cliccare «altro». Poi il contesto (chi aiuti, con che approccio, che cosa ti distingue), poi le prove concrete, e in fondo un invito esplicito a contattarti con un recapito. Il testo viene letto anche dal motore di ricerca, quindi le parole del tuo mestiere devono comparirci.

Si può scrivere il profilo LinkedIn con l’AI?

Conviene usarla per trovare le parole con cui ti cerca il mercato, per farsi fare una diagnosi del profilo attuale, per generare varianti da scartare e per prepararsi le domande giuste prima di scrivere il sommario. Non conviene farle scrivere il testo finale: il risultato è corretto e indistinguibile da altri diecimila. Una prova rapida prima di pubblicare — togli il tuo nome dal testo e chiediti se potrebbe essere il profilo di un altro.

Quante segnalazioni servono su LinkedIn?

Poche e precise valgono molto più di molte e generiche. Vanno chieste a persone scelte, con una richiesta personale invece del modulo standard, suggerendo l’aspetto specifico su cui vorresti che si soffermassero. Sono l’unica parte del profilo che non hai scritto tu, e per questo l’unica che chi legge considera davvero una prova.

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