Scenario
Stai sponsorizzando alcuni company update per incrementare la visibilità dei tuoi post e raggiungere le tue Buyer Personas su LinkedIn? Stai favorendo interazioni ed engagement dei tuoi Post? Stai creando campagne per generare Lead qualificati, per attirare nuovi talenti o per promuovere i tuoi prodotti e servizi?
Perché investire in Campagne LinkedIn
Puoi investire in Advertising su LinkedIn per raggiungere obiettivi in ciascuna fase del funnel: awareness, consideration e conversion.
- incrementare la notorietà del brand (awareness)

- costruire una community di Follower attorno alla tua Pagina (follower ads)
- generare traffico qualificato verso il tuo sito web (web site visits)
- connetterti con il tuo cliente ideale (engagement)
- incrementare Lead qualificati (lead generation)
- promuovere annunci di lavoro (Job Ads)
- generare vendite (conversion)
Il nostro approccio
In concomitanza della pubblicazione del suo libro “La Pubblicità su LinkedIn“, abbiamo definito un nostro modello, il LinkedIn Ads Canvas, con cui progettiamo ogni campagna su LinkedIn.
Tale Canvas si basa sui seguenti blocchi logici:
- identifica gli obiettivi della campagna
- Definisci la target audience
- Identifica formato pubblicitario
- Confeziona il messaggio
- Definisci l’offerta basata sui contenuti
- Imposta il tracciamento delle conversioni
- Seleziona la modalità di tariffazione
- Definisci Budget e durata della Campagna
- Misura le prestazioni
Perché una campagna sola non basta (quasi mai)
La maggior parte delle aziende B2B arriva a LinkedIn Ads con la stessa richiesta: “vogliamo generare lead”. Poi lancia una campagna, la punta su un pubblico freddo, ci mette dietro un modulo di contatto e aspetta. Dopo trenta giorni il verdetto è quasi sempre lo stesso: pochi lead, costo per lead insostenibile, e la sensazione che “LinkedIn è caro”.
Il problema non è quasi mai LinkedIn. È che si è chiesto a un pubblico che non ti conosce di fare il gesto più impegnativo del funnel — lasciarti i suoi dati — al primo contatto.
Un decisore B2B non compra al primo annuncio. Ti incrocia, ti ignora, ti rincrocia, comincia a riconoscerti, legge un tuo contenuto, visita il sito, ti tiene in un angolo della testa. E solo dopo, quando arriva il momento giusto per lui, alza la mano.
Per questo non progettiamo una campagna. Progettiamo una sequenza di campagne collegate, in cui ognuna serve la successiva: chi interagisce con la prima diventa il pubblico della seconda, chi visita il sito diventa il pubblico della terza, chi interagisce con la terza diventa il pubblico della quarta. Il pubblico non si compra due volte: si costruisce.
Fase 0: l’analisi delle campagne precedenti
Se hai già investito su LinkedIn Ads, il primo lavoro non è progettare. È capire cosa ti ha già detto il tuo account — e quasi sempre ti ha detto più di quanto sia stato letto. Partiamo da un audit strutturato dello storico:
- Struttura e igiene dell’account. Come sono organizzati gruppi di campagne, campagne e annunci; se esiste una logica di funnel o solo campagne parallele in competizione tra loro; se il budget è disperso su troppe campagne contemporaneamente, l’errore più frequente e più costoso.
- Qualità del tracciamento. Se l’Insight Tag è installato e attivo, quali conversioni sono definite davvero, quali si sovrappongono, quali non hanno mai registrato un evento. Molti account misurano cose che non contano e non misurano quelle che contano.
- Performance per audience. Quali pubblici hanno prodotto impression a vuoto e quali hanno prodotto click; quali segmenti (funzione, seniority, dimensione azienda, settore) hanno generato i lead effettivamente diventati opportunità.
- Performance per messaggio e formato. Quali creatività hanno tenuto il CTR sopra la media dell’account e quali sono morte per fatica creativa; se il calo dipende dal messaggio o dalla frequenza troppo alta sulla stessa audience.
- Performance per offerta. Che cosa stavi chiedendo in cambio: una demo, una call, un download, un’iscrizione. È la variabile che sposta di più il costo per lead, ed è quella che quasi nessuno testa.
- Frequenza, saturazione e sovrapposizioni. Quante volte la stessa persona ha visto lo stesso annuncio e se campagne diverse stavano rilanciando sullo stesso pubblico, facendo salire il costo per click contro te stesso.
Output della fase 0: un documento di diagnosi con i tre-cinque interventi che spostano davvero l’ago, la baseline di partenza (costo per click, costo per lead, tasso di conversione della landing) e la lista di ciò che va ricostruito prima di rimettere budget.
Se non hai mai fatto campagne, questa fase diventa un’analisi del pubblico e dei competitor: chi sta già investendo sul tuo target, con che messaggi e con che offerte.
Fase 1: il setup preliminare in 8 passi
Prima di spendere il primo euro, l’infrastruttura deve reggere. Ogni giorno di campagna con un tracciamento incompleto è un giorno di dati che non tornerà.
- Pagina LinkedIn e Business Manager. La Pagina aziendale è il requisito tecnico per sponsorizzare qualunque contenuto. Il Business Manager centralizza Pagine, account pubblicitari, pubblici e permessi sotto un’unica organizzazione: indispensabile appena ci sono più mercati, più brand o un’agenzia coinvolta.
- Account pubblicitario, ruoli e permessi. Creazione dell’account e collegamento alla Pagina. Assegnazione dei ruoli sui cinque livelli previsti da Campaign Manager (Viewer, Creative Manager, Campaign Manager, Account Manager, Billing Admin), così che ognuno abbia esattamente il permesso che gli serve. È anche una questione di continuità: gli account persi perché l’unico amministratore ha lasciato l’azienda sono più di quanti si pensi.
- Fatturazione e metodo di pagamento. Configurazione del metodo di pagamento e definizione di chi ha il ruolo di Billing Admin, uno solo per account.
- LinkedIn Insight Tag. Il pezzo più importante del setup. È lo snippet che va nel footer di tutte le pagine del sito, installabile a mano, via Google Tag Manager o tramite i partner supportati. Da solo abilita tre cose che senza di lui non esistono: il retargeting dei visitatori del sito, il tracciamento delle conversioni collegate agli annunci e i Website Demographics, cioè il profilo professionale aggregato di chi visita il tuo sito (funzione, seniority, settore, aziende). Dopo l’installazione serve verificarne lo stato in Campaign Manager e dare tempo al tag di popolare i pubblici: le audience di retargeting non nascono il giorno stesso.
- Definizione delle conversioni. Creazione delle azioni di conversione che contano davvero per il business: richiesta di contatto, prenotazione demo, download, iscrizione. Per ognuna si sceglie se tracciarla su URL specifico o su evento, e si impostano finestre di attribuzione coerenti con la lunghezza reale del tuo ciclo di vendita. Un B2B con ciclo a sei mesi e finestra di attribuzione a un giorno si racconta da solo di non funzionare.
- Costruzione dei pubblici (Matched Audiences). Si predispongono da subito, anche se serviranno tra un mese: pubblici da visita al sito segmentati per profondità di pagina, liste di contatti e di aziende caricate dal CRM, pubblici di chi interagisce con la Pagina, Predictive Audiences a partire dai clienti migliori. Vincolo tecnico da conoscere: LinkedIn non eroga contro un pubblico sotto le 300 persone, ed è il motivo per cui il retargeting non si accende al giorno uno.
- Conversions API (CAPI). Il tracciamento server-to-server, complementare all’Insight Tag: è il livello che rende la misurazione resistente al blocco dei cookie e permette di rimandare a LinkedIn anche le conversioni che avvengono fuori dal sito, in CRM, al telefono, in una trattativa chiusa.
- Brand safety, esclusioni e Audience Network. Decisione consapevole sull’estensione della distribuzione al LinkedIn Audience Network, con esclusione delle categorie di contenuto non compatibili con il brand e liste di blocco dei publisher. Da sapere: queste impostazioni si applicano a livello di singola campagna, non di account. Vanno replicate ogni volta.
Output della fase 1: account configurato, tag verificato, conversioni attive, pubblici predisposti, documento di setup consegnato al team interno.
Fase 2: la campagna di test per centrare l’AMO
Prima di costruire il funnel, bisogna sapere a chi parlare, con quale messaggio e cosa offrire in cambio. Sono le tre variabili che chiamiamo AMO — Audience, Message, Offer. Sbagliarne una sola rende inutile tutto il resto: il pubblico perfetto con l’offerta sbagliata non converte, e l’offerta perfetta al pubblico sbagliato nemmeno.
Il principio è semplice e quasi sempre disatteso: si testa una variabile per volta. Se cambi contemporaneamente pubblico, testo e offerta, alla fine avrai un vincitore ma non saprai perché ha vinto — e non potrai replicarlo.
Come lo impostiamo
- Audience. Tre o quattro ipotesi di pubblico realmente diverse tra loro, non tre varianti dello stesso segmento: per funzione aziendale, per settore, per dimensione dell’organizzazione, oppure una lista ABM caricata dal CRM. Ogni ipotesi in una campagna separata, con lo stesso messaggio e la stessa offerta, così che l’unica differenza sia il pubblico.
- Message. Sullo stesso pubblico, angoli di comunicazione diversi: il problema, il costo dell’inazione, il risultato, la prova (un caso cliente). Cambia l’angolo, non il prodotto.
- Offer. Sullo stesso pubblico e con lo stesso angolo vincente, offerte a livelli di impegno diversi: leggere l’articolo, scaricare il report, fare l’assessment, prenotare una call. Nel B2B il salto tra un’offerta leggera e una impegnativa può moltiplicare il costo per lead: sapere dov’è quel salto vale più di qualsiasi ottimizzazione di bidding.
Come leggiamo i risultati
Nella fase di test le metriche che contano sono quelle di attenzione e di costo, non i lead: CTR, costo per click, costo per risultato, tasso di completamento del modulo. I lead arriveranno dalle fasi successive. Il criterio di stop è definito prima di partire, non dopo: soglie minime di impression per considerare valido un confronto e soglie di CTR sotto le quali una variante si spegne. Senza soglie decise in anticipo si finisce a difendere la creatività a cui si è più affezionati.
Output della fase 2: l’AMO validato — il pubblico che risponde, l’angolo che funziona, l’offerta che regge — e il primo pool di persone che hanno interagito, che diventa la materia prima delle campagne successive.
Aspettativa realistica: il primo mese produce apprendimento e pubblici, non pipeline. È esattamente il suo lavoro. Chi giudica LinkedIn Ads a trenta giorni sta valutando un test, non una campagna.
Fase 3: la campagna di visite al sito su audience fredda
Con l’AMO validato si apre il canale verso il pubblico freddo: le persone che corrispondono al tuo cliente ideale ma non ti conoscono ancora. L’obiettivo reale di questa campagna non è generare lead: è generare traffico qualificato e pubblici di retargeting. È il motore che riempie le fasi successive.
- Pubblico freddo definito sui criteri emersi dal test, escludendo chi ha già interagito e — quando serve — clienti attuali e concorrenti.
- Contenuti che meritano il click da soli: un articolo che risolve un problema, un caso cliente, una ricerca, un video. Non un catalogo. È il punto in cui la campagna si appoggia al lavoro di content marketing sulla Pagina LinkedIn.
- Formati che generano segnali riutilizzabili: il video in particolare, perché consente di costruire pubblici in base a quanto è stato guardato (25%, 50%, 75%), il modo più economico di segmentare l’interesse reale su LinkedIn.
- Frequenza sotto controllo: una persona deve vederti abbastanza da riconoscerti, non tanto da detestarti.
Le metriche che guardiamo: copertura, costo per click, qualità del traffico (tempo sulla pagina, pagine viste, rimbalzo) e crescita dei pubblici di retargeting. Quest’ultima è la vera KPI della fase. La quota di budget è alta all’inizio e scende man mano che i pubblici caldi crescono e diventa più conveniente lavorare su di loro.
Fase 4: la campagna di retargeting sui visitatori del sito
Chi ha visitato il sito ha fatto qualcosa che il 99% del tuo target non ha fatto: ha cliccato. Merita un messaggio diverso.
- Pubblico costruito con l’Insight Tag e segmentato per profondità di visita: chi ha letto un articolo del blog non è nella stessa posizione di chi ha aperto la pagina servizi o la pagina prezzi. Ricevono messaggi diversi.
- Si aggiungono, quando disponibili, gli altri segnali caldi: chi ha guardato il video oltre una certa soglia, chi ha reagito o commentato gli annunci, chi ha visitato la Pagina aziendale, chi ha aperto un modulo lead senza completarlo.
- Il contenuto cambia registro: qui non si spiega il problema, si dimostra la competenza. Casi cliente, risultati, obiezioni affrontate apertamente, il volto delle persone dietro l’azienda.
- Attenzione ai limiti tecnici: sotto le 300 persone il pubblico non viene servito, e un pubblico piccolo si satura in fretta. Su audience ristrette servono budget contenuti e rotazione creativa frequente, non budget alti.
Le metriche che guardiamo: costo per click e CTR, che qui devono essere nettamente migliori del freddo, frequenza e crescita del pubblico pronto per la conversione.
Fase 5: la campagna di conversione su chi ha già interagito
L’ultimo passo è l’unico in cui si chiede davvero qualcosa. E si chiede solo a chi ha già dato due segnali: ha visitato il sito e ha interagito con la campagna precedente.
- Pubblico di massima intensità: doppio contatto, visite ripetute, visite a pagine ad alto intento (servizi, prezzi, casi), più le liste CRM delle trattative aperte quando la strategia è ABM.
- Offerta esplicita e a basso attrito: demo, assessment, diagnosi, call di 20 minuti, prova. La differenza tra “contattaci” e un’offerta specifica e limitata nel tempo è quasi sempre visibile nel costo per lead.
- Formato scelto in base all’attrito: modulo nativo LinkedIn (precompilato, meno abbandoni, dati meno ricchi) oppure landing page dedicata (più attrito, più qualità, più contesto). Spesso si testano entrambi.
- Ottimizzazione sulle conversioni, con il tracciamento server-to-server attivo perché il segnale rimandato a LinkedIn sia completo.
Le metriche che guardiamo: costo per lead, tasso di conversione della landing e soprattutto la qualità a valle, cioè quanti di quei lead diventano opportunità reali. È l’unica metrica che interessa alla direzione commerciale, ed è il terreno su cui si gioca l’allineamento tra marketing e vendite.
Il calendario: perché serve pensare in mesi, non in settimane
Le quattro campagne non partono insieme. Si accendono in sequenza, perché ognuna ha bisogno che la precedente abbia prodotto pubblico.
| Periodo | Cosa succede | Dove va il budget |
|---|---|---|
| Mese 1 | Audit, setup, campagna di test AMO. Si accende il traffico freddo. Nascono i primi pubblici. | Quasi tutto su test e freddo |
| Mese 2 | AMO validato. Il traffico freddo va a regime. I pubblici superano le soglie minime: si accende il retargeting. | Prevalenza freddo, quota crescente al retargeting |
| Mese 3 | Il retargeting è a regime. Si accende la campagna di conversione sul pubblico a doppio contatto. Primo ciclo di ottimizzazione con dati reali. | Distribuzione su tre livelli |
| Mese 4 e oltre | Sistema completo. Rotazione creativa continua, allargamento dei pubblici che funzionano, spegnimento di quelli che non producono, ribilanciamento progressivo verso il fondo del funnel. | Bilanciamento dinamico |
Il messaggio da tenere: prima del terzo mese non ci sono abbastanza dati per giudicare il sistema. Ci sono dati per correggere, non per concludere. Questa è la ragione principale per cui molte aziende abbandonano LinkedIn Ads proprio nel momento in cui stava per cominciare a funzionare.
Thought Leader Ads: quando l’annuncio ha una faccia
Le persone si fidano delle persone. Un contenuto pubblicato dal profilo del CEO, del direttore commerciale o di uno specialista dell’azienda viene letto con un’attenzione che un post della Pagina difficilmente ottiene. Le Thought Leader Ads permettono esattamente questo: sponsorizzare, con il budget della Pagina aziendale, un post organico pubblicato dal profilo personale di una persona.
Come funzionano
- La persona deve dare autorizzazione esplicita alla Pagina per sponsorizzare i suoi post: è un meccanismo basato sul permesso, non un’appropriazione.
- Si sponsorizzano post organici già pubblicati, selezionandoli in Campaign Manager.
- Gli obiettivi di campagna supportati sono quelli della parte alta del funnel — notorietà, interazione, visualizzazioni video: sono uno strumento di fiducia, non di raccolta lead diretta.
- Il vincolo da conoscere: se la persona rimuove l’azienda dal proprio profilo, l’annuncio non è più utilizzabile.
Dove le usiamo nel sistema. Non in testa al funnel come unico motore. Rendono molto di più in retargeting: su chi ha già visitato il sito o interagito con le campagne precedenti, il contenuto personale è il passaggio che trasforma la conoscenza in fiducia. È il momento in cui l’azienda smette di essere un logo e diventa un interlocutore.
Chi mettere in campo: il fondatore o l’amministratore delegato, chi guida il commerciale o il marketing, gli specialisti tecnici con competenza riconoscibile. Funziona solo se quella persona ha davvero qualcosa da dire — ed è qui che il lavoro di personal branding e quello di advertising smettono di essere due progetti separati. Se in azienda avete già un programma di employee advocacy, le Thought Leader Ads ne sono l’estensione a pagamento naturale.
Sponsorizzare i post della Pagina aziendale
Il modo più rapido di usare LinkedIn Ads è anche quello meno governato: prendere un post organico della Pagina che sta andando bene e metterci budget dietro. Ha senso, ma va capito che cosa si sta facendo.
- La promozione rapida dalla Pagina (“metti in evidenza”) è comoda per dare spinta a un contenuto che sta già funzionando o a un annuncio con una scadenza: un evento, un webinar, un lancio. In cambio, il controllo su targeting, pubblici, esclusioni e misurazione è ridotto.
- La sponsorizzazione dello stesso post da Campaign Manager richiede qualche passaggio in più e restituisce tutto: pubblici personalizzati ed esclusioni, test A/B, ottimizzazione sulle conversioni, reportistica granulare e — soprattutto — il contributo di quel contenuto alla costruzione dei pubblici di retargeting.
La nostra regola: la promozione rapida è tattica e va bene per il singolo contenuto. Ma se un contenuto merita budget in modo continuativo, merita di stare dentro il sistema di campagne — altrimenti stai comprando visibilità che non lascia nulla dietro di sé. Il criterio di selezione dei post da sponsorizzare, in ogni caso, non è “quello che piace a noi”: è il dato organico.
Misurare davvero: Insight Tag, CAPI e attribuzione
Nel B2B il percorso d’acquisto è lungo, coinvolge più persone e attraversa canali che il pixel non vede. Se la misurazione si ferma al click, il valore di LinkedIn viene sistematicamente sottostimato — e il budget viene tagliato sulla base di un dato incompleto.
L’Insight Tag è il livello base: lavora nel browser, abilita retargeting, conversioni sul sito e dati demografici sui visitatori. È indispensabile, ma è anche il livello più fragile: dipende dai cookie, dal consenso e dai blocchi del browser.
La Conversions API (CAPI) è il livello che manca a quasi tutti gli account italiani. Invia le conversioni a LinkedIn da server a server, senza passare dal browser. Serve a due cose: rendere la misurazione più solida rispetto ai limiti di cookie e ad blocker, e soprattutto rimandare a LinkedIn eventi che accadono fuori dal sito — un lead che diventa opportunità nel CRM, una trattativa chiusa, una conversione avvenuta al telefono. Si implementa via API, tramite connettori pronti verso i principali CRM e strumenti di automazione, oppure con un tag manager lato server; gli eventi vengono trasmessi con identificativi cifrati, non in chiaro.
Il beneficio concreto: LinkedIn ottimizza su ciò che conta davvero. Non “quanti moduli sono stati compilati”, ma “quanti di quei contatti sono diventati clienti”. La piattaforma può usare quel segnale per andare a cercare persone simili a chi ha comprato, non simili a chi ha cliccato. È il salto di qualità che separa un account che genera lead da un account che genera pipeline.
A questo si aggiungono i report nativi che quasi nessuno usa: la reportistica demografica (chi ha visto e cliccato, per ruolo, seniority, settore, azienda), i dati sui visitatori del sito, il report di attribuzione dei ricavi quando il CRM è collegato e le misurazioni di impatto sul brand.
La reportistica: dal foglio di numeri alla lettura del dato
Il report mensile di molte campagne LinkedIn è un’esportazione: impression, click, CTR, costo. Numeri corretti che non rispondono alla domanda che si fa la direzione, cioè “stiamo comprando qualcosa che vale?”. Costruiamo la reportistica su tre livelli, e usiamo l’AI dove serve davvero: nel passaggio dal dato alla lettura.
- Cruscotto. I dati di Campaign Manager estratti via API e portati in una dashboard unica insieme ad analytics del sito e CRM, così che il percorso sia leggibile da un capo all’altro: impression, click, visita, lead, opportunità, contratto.
- Analisi assistita dall’AI. Sui dati storici, modelli di analisi che segnalano ciò che l’occhio umano perde nella tabella: l’annuncio che ha iniziato a perdere CTR (segnale anticipato di fatica creativa, prima che salga il costo per lead), il segmento demografico che converte molto sopra la media e merita una campagna dedicata, l’anomalia di spesa, la sovrapposizione tra pubblici che ti sta facendo alzare le offerte contro te stesso.
- Narrazione. Il report che arriva alla direzione non è una tabella: sono tre pagine che dicono cosa è successo, perché, cosa abbiamo cambiato e cosa proponiamo per il mese successivo. L’AI accelera la stesura; l’interpretazione e la decisione restano nostre e tue.
Dove entra l’AI, passaggio per passaggio
Nel 2026 la domanda non è più “usiamo l’AI?”. È “in quale punto del processo l’AI toglie lavoro ripetitivo senza togliere giudizio?”. La nostra posizione è netta: l’AI accelera l’esecuzione, non sostituisce la strategia. Un modello non sa qual è il tuo cliente ideale finché non glielo si insegna, e non sa se un lead vale finché non gli si mostra chi ha comprato.
Questa tabella è la declinazione, sulle campagne a pagamento, di un modello più ampio: il modello delle 12 P, che mappa i dodici punti in cui l’AI accelera il lavoro su LinkedIn. Le campagne presidiano soprattutto Promotion, Performance e Profit; il messaggio degli annunci nasce però da Positioning e Personas.
| Fase | Come l’AI ci aiuta | Cosa resta lavoro umano |
|---|---|---|
| Analisi campagne precedenti | Lettura di mesi di dati per individuare pattern, anomalie e correlazioni fra segmento, creatività e risultato | Decidere cosa è causa e cosa è coincidenza |
| Strategia | Sintesi della ricerca di mercato, analisi dei competitor, simulazioni di scenario di budget e copertura con gli strumenti di pianificazione di LinkedIn | Scegliere l’obiettivo di business e cosa non fare |
| Targeting | Scoring dei pubblici, arricchimento delle liste CRM per alzare il tasso di corrispondenza, pubblici predittivi costruiti a partire dai clienti migliori | Definire l’ICP e vigilare sulle logiche opache degli automatismi |
| Creatività | Generazione di varianti di titolo e testo per il test, adattamento del messaggio ai segmenti, produzione rapida di formati visivi | Angolo strategico, voce del brand, verità di ciò che si afferma |
| Lead magnet | Ricerca e struttura del contenuto, prima stesura, impaginazione, e la costruzione di strumenti interattivi (assessment, calcolatori, diagnosi) che una volta erano progetti da settimane | Scegliere il problema che vale la pena risolvere e garantire che il contenuto sia vero |
| Misurazione | Rilevazione di anomalie, previsione dell’andamento dei costi, dashboard interrogabili in linguaggio naturale | Decidere cosa ottimizzare, e accettare che non tutto sia attribuibile |
| Reportistica | Prima stesura del report, sintesi narrativa, evidenza delle variazioni rilevanti | La raccomandazione, che è una scelta e va firmata |
| Follow-up | Qualificazione e assegnazione dei lead, personalizzazione delle sequenze di ricontatto | La conversazione commerciale vera |
Due avvertenze che facciamo sempre, prima di partire.
La prima: gli strumenti automatici di LinkedIn — creazione assistita delle campagne, pubblici predittivi, generazione delle creatività — funzionano bene quando i dati di partenza sono buoni. Su un account senza storico e senza CRM collegato, l’automazione amplifica il rumore invece del segnale. Prima si costruiscono i dati, poi si automatizza.
La seconda: dal 2 agosto 2026 sono in vigore gli obblighi di trasparenza dell’articolo 50 dell’AI Act europeo sui contenuti generati o manipolati con AI. Insieme al GDPR, questo definisce un perimetro preciso su come si generano le creatività e su come si trattano i dati dei pubblici. Ne teniamo conto in fase di progettazione, non dopo.
Cosa Possiamo Fare per Te
Possiamo aiutarti a valutare se la tua azienda e il tuo business possiede i requisiti adeguati per creare una campagna a pagamento su LinkedIn.
Ti aiuteremo poi a progettare una campagna pubblicitaria su LinkedIn. Tra i servizi inclusi :
- Creazione della Buyer Persona (il tuo cliente ideale)
- Definizione dei pubblici di riferimento che intendi raggiungere (audience targeting)
- Identificazione degli obiettivi della campagna: awareness, engagement, lead generation, conversion
- Utilizzo delle Audience corrispondenti (Matched Audience) per fare retargeting su LinkedIn
- Selezione dei formati pubblicitari più adeguati in base alla tipologia di campagna
- Scelta e ottimizzazione del budget & bidding
- Misurazione dell’efficacia della campagna adv. su LinkedIn
- Generazione dei report e ottimizzazione della campagna
- Audit delle campagne precedenti, dell’account e del tracciamento
- Progettazione dell’architettura multi-campagna e del piano su più mesi
- Installazione e verifica del LinkedIn Insight Tag e implementazione della Conversions API (CAPI)
- Campagna di test per la validazione dell’AMO (Audience, Message, Offer)
- Thought Leader Ads e sponsorizzazione dei contenuti organici che meritano budget
- Produzione del lead magnet e delle creatività, con supporto dell’AI
- Cruscotto integrato campagne, sito e CRM, e reportistica evoluta con l’AI
- Formazione del team interno e trasferimento di competenza
Output: progettazione, esecuzione, analisi e ottimizzazione di una campagna advertising su LinkedIn.
Durata media dell’attività: 1-2 settimane per progettazione e creazione della campagna (Campagna di test). Una volta avviata la campagna si propone la gestione e il monitoraggio della campagna (durata minima: 2 settimane).
Risultati attesi: nei primi due mesi, pubblici di retargeting costruiti, AMO validato, costo per click in discesa e una baseline di misurazione affidabile. Dal terzo mese, costo per lead in progressiva discesa sui pubblici caldi rispetto al freddo e — questo è il punto — visibilità su quali lead diventano opportunità. Non promettiamo un numero di lead: dipende dal mercato, dal budget, dall’offerta e dalla lunghezza del ciclo di vendita. Promettiamo un sistema che ti dice, mese per mese, cosa sta funzionando e perché.
Domande frequenti sulle campagne LinkedIn
Con che budget ha senso partire?
La domanda giusta non è “il minimo”, è “quanto serve per far girare quattro campagne a una frequenza utile sul mio pubblico”. Dipende dalla dimensione del target: un pubblico di duemila persone richiede molto meno di uno da cinquantamila. Nella fase di analisi calcoliamo la soglia sotto la quale il sistema non ha senso, e se il tuo caso è sotto quella soglia te lo diciamo prima, non dopo.
Quanto tempo prima di vedere risultati?
Segnali utili dalla seconda settimana, dati per decidere dal secondo mese, valutazione del sistema dal terzo. Chi promette lead qualificati in due settimane su pubblico freddo sta vendendo un’aspettativa, non un metodo.
Serve un lead magnet?
Non sempre, ma quasi sempre aiuta: dà una ragione per lasciare un contatto a chi non è ancora pronto a parlare con un commerciale. Con l’AI oggi si producono in tempi molto più brevi, il che rende sensato testarne più d’uno invece di scommettere tutto su quello giusto al primo colpo. Il lead magnet è uno dei pezzi del nostro servizio di lead generation per aziende.
Possiamo usare il profilo del nostro CEO?
Sì, con le Thought Leader Ads, previa sua autorizzazione esplicita. Ha senso se quella persona ha qualcosa da dire e una minima attività organica alle spalle. Se il profilo è fermo da due anni, il primo lavoro è un altro.
Abbiamo già l’Insight Tag installato, basta?
È il punto di partenza, non l’arrivo. Nella maggior parte degli account che analizziamo il tag c’è, ma le conversioni sono definite male, le finestre di attribuzione non corrispondono al ciclo di vendita reale e la Conversions API non è implementata. Il risultato è che LinkedIn viene ottimizzato su segnali sbagliati.
Gestite voi le campagne o formate il nostro team?
Entrambe le cose, ed è quasi sempre la combinazione a funzionare meglio: noi costruiamo il sistema e lo portiamo a regime, il team interno impara a governarlo — anche attraverso il corso LinkedIn Advertising.
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